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Da quel libro

Il primo color book che ho comprato era a tema giapponese. Non ricordo di aver pensato: «Ecco, questa diventerà la mia passione». Mi piaceva il soggetto e avevo voglia di provare, senza costruirci sopra grandi aspettative. Avevo tra le mani un libro da colorare, non l’inizio di un progetto, e proprio per questo mi sono avvicinata alle prime pagine senza sentire il peso di dover riuscire bene. Non disegnavo. Una pagina completamente bianca non mi suggeriva nulla e non avevo la capacità di trasformarla in una figura. Nel color book, invece, il punto di partenza esisteva già. Non dovevo chiedermi come tracciare un volto o come rendere credibile un paesaggio; potevo dedicarmi a quello che mi attirava davvero, cioè scegliere i colori e decidere come farli vivere dentro l’immagine. Quel libro dedicato al Giappone mi ha dato subito molto materiale per fantasticare. Non mi interessava riprodurre fedelmente ciò che avrei potuto vedere in una fotografia. Preferivo seguire il mio gusto e lasciare...

Mindfulness concreta

Quando ascolto certi discorsi sulla mindfulness sui social, la prima sensazione che provo non è serenità, ma distanza. Vedo persone che parlano lentamente davanti a stanze perfettamente ordinate, illuminate dalla luce giusta, con una tazza fumante tra le mani e nessun rumore capace di interrompere quel momento. Raccontano quanto sia importante restare nel presente, lasciare andare le preoccupazioni e non permettere alla mente di correre verso il futuro. Il principio può essere valido, ma il modo in cui viene presentato spesso sembra appartenere a una vita diversa dalla mia e da quella di molte persone comuni. È facile invitare gli altri a non preoccuparsi del domani quando non si vive ogni mese con la calcolatrice in mano. È più semplice parlare di pace interiore quando una bolletta inattesa non rischia di compromettere il bilancio familiare, quando il lavoro è stabile e quando si può delegare una parte dei problemi quotidiani. Non penso che tutti i personaggi di YouTube abbiano vite p...

Il mio Paradise City

Oggi compio quarantacinque anni e, se dovessi scegliere una canzone per descrivere il modo in cui mi sento, sceglierei Paradise City dei Guns N’ Roses. Non perché sogni davvero una città precisa, un prato perfetto o un luogo abitato soltanto da belle ragazze, ma perché quel desiderio di tornare dove tutto appare più verde, libero e vivo assume un significato diverso quando si superano i quarant’anni. A questa età il paradiso non coincide più con una destinazione da raggiungere. Non ha necessariamente il rumore di una festa, il fascino di una vacanza lontana o l’aspetto di una vita senza problemi. Per me assomiglia sempre di più alla libertà di vivere come mi sento, senza trascorrere ogni giornata a domandarmi se gli altri approveranno le mie scelte. A vent’anni pensavo che crescere significasse diventare una persona sicura, ordinata, capace di prendere sempre la decisione giusta. Immaginavo che, con il passare del tempo, i dubbi si sarebbero sciolti e le contraddizioni avrebbero lascia...

Il giorno che ha preso colore

La prima volta che ho comprato un color book si pagava ancora in lire. Era dedicato al Giappone ed è entrato nella mia vita durante una giornata assolutamente normale, senza ricorrenze, programmi speciali o avvenimenti che facessero pensare a un cambiamento importante. Eppure, proprio quel pomeriggio qualunque, ho incontrato una passione che negli anni mi avrebbe aiutata ad affrontare lo stress e a ritagliarmi uno spazio personale. All’epoca facevo la praticante legale e trascorrevo parecchio tempo tra il tribunale, le cancellerie e le incombenze che mi affidava il mio dominus. Quel giorno avevo terminato il lavoro prima del previsto. Probabilmente avrei potuto tornare subito a casa o dedicarmi a qualche altra commissione, ma mi sono trovata davanti a una libreria e ho deciso di entrare. Non stavo cercando un libro preciso. Non avevo annotato titoli da acquistare e non sentivo nemmeno il bisogno di portare a casa qualcosa. Volevo soltanto curiosare tra gli scaffali, come si fa quando s...

La mente altrove

La mindfulness non ha inventato il presente. Ha semplicemente trasformato in una pratica riconoscibile qualcosa che, per molto tempo, faceva parte della vita quotidiana senza bisogno di definizioni: prestare attenzione a quello che si sta facendo, senza lasciare che la mente corra continuamente da un’altra parte. Essere qui e ora non significa raggiungere uno stato misterioso, svuotare la testa oppure isolarsi dal mondo. Vuol dire leggere una pagina seguendone davvero il senso, ascoltare una persona senza pensare già alla risposta, guardare un film senza controllare il telefono ogni pochi minuti. È un modo di vivere molto semplice, eppure sempre più difficile da mantenere. La nostra attenzione viene sollecitata di continuo. Una notifica interrompe un pensiero, un messaggio si sovrappone a una conversazione, un video ne richiama subito un altro. Anche quando abbiamo finalmente qualche minuto libero, spesso sentiamo il bisogno di riempirlo immediatamente, come se restare fermi o dedicars...

Abitudini che comandano

Ieri mi si è rotta la macchinetta del caffè e sono rimasta ventiquattro ore senza la mia bevanda preferita aromatizzata alla noce, una di quelle piccole presenze quotidiane che sembrano leggere, quasi decorative, finché non spariscono all’improvviso e ti costringono a guardare con più attenzione il peso reale che avevano preso dentro la tua giornata, perché ciò che chiamiamo piacere, quando diventa indispensabile per sentirci a posto, comincia a raccontare qualcosa di noi che forse avevamo evitato di ascoltare. All’inizio ho pensato soltanto al fastidio pratico, alla seccatura di dover rinunciare a quel sapore preciso, a quel profumo caldo, a quel momento tutto mio che arrivava puntuale come una piccola ricompensa, ma dopo qualche ora mi sono accorta che il problema non era soltanto la mancanza del caffè, perché dentro quella rinuncia forzata si era infilata una specie di nervosismo sottile, un pensiero insistente, una ricerca continua di un sostituto che potesse restituirmi la stessa ...

Colorare da adulta

Mi chiamo Elisa e alla fine di luglio compirò quarantacinque anni. Convivo con un handicap da sempre, ma non è la prima cosa che racconto quando conosco qualcuno, perché non contiene tutto quello che sono e non vorrei mai che diventasse una scorciatoia per interpretare ogni mia scelta. Se ne parlo qui è perché questa rubrica comincia da un’esperienza personale e togliere dal racconto una parte così presente della mia vita significherebbe renderlo più ordinato, forse anche più facile da leggere, ma meno vero. Non ho iniziato a colorare pensando che un giorno ne avrei scritto o che avrei creato dei color book digitali. Non avevo una teoria sul colore, non cercavo un’attività da trasformare in un progetto e non mi interessava dimostrare che colorare fosse qualcosa di serio. Avevo semplicemente trovato un gesto che riusciva a trattenermi nel presente quando la mia testa andava altrove, spesso in luoghi nei quali non avevo nessuna voglia di restare. Per spiegare che cosa rappresentasse per ...