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Visualizzazione dei post da luglio, 2026

Mindfulness concreta

Quando ascolto certi discorsi sulla mindfulness sui social, la prima sensazione che provo non è serenità, ma distanza. Vedo persone che parlano lentamente davanti a stanze perfettamente ordinate, illuminate dalla luce giusta, con una tazza fumante tra le mani e nessun rumore capace di interrompere quel momento. Raccontano quanto sia importante restare nel presente, lasciare andare le preoccupazioni e non permettere alla mente di correre verso il futuro. Il principio può essere valido, ma il modo in cui viene presentato spesso sembra appartenere a una vita diversa dalla mia e da quella di molte persone comuni. È facile invitare gli altri a non preoccuparsi del domani quando non si vive ogni mese con la calcolatrice in mano. È più semplice parlare di pace interiore quando una bolletta inattesa non rischia di compromettere il bilancio familiare, quando il lavoro è stabile e quando si può delegare una parte dei problemi quotidiani. Non penso che tutti i personaggi di YouTube abbiano vite p...

Il mio Paradise City

Oggi compio quarantacinque anni e, se dovessi scegliere una canzone per descrivere il modo in cui mi sento, sceglierei Paradise City dei Guns N’ Roses. Non perché sogni davvero una città precisa, un prato perfetto o un luogo abitato soltanto da belle ragazze, ma perché quel desiderio di tornare dove tutto appare più verde, libero e vivo assume un significato diverso quando si superano i quarant’anni. A questa età il paradiso non coincide più con una destinazione da raggiungere. Non ha necessariamente il rumore di una festa, il fascino di una vacanza lontana o l’aspetto di una vita senza problemi. Per me assomiglia sempre di più alla libertà di vivere come mi sento, senza trascorrere ogni giornata a domandarmi se gli altri approveranno le mie scelte. A vent’anni pensavo che crescere significasse diventare una persona sicura, ordinata, capace di prendere sempre la decisione giusta. Immaginavo che, con il passare del tempo, i dubbi si sarebbero sciolti e le contraddizioni avrebbero lascia...

Il giorno che ha preso colore

La prima volta che ho comprato un color book si pagava ancora in lire. Era dedicato al Giappone ed è entrato nella mia vita durante una giornata assolutamente normale, senza ricorrenze, programmi speciali o avvenimenti che facessero pensare a un cambiamento importante. Eppure, proprio quel pomeriggio qualunque, ho incontrato una passione che negli anni mi avrebbe aiutata ad affrontare lo stress e a ritagliarmi uno spazio personale. All’epoca facevo la praticante legale e trascorrevo parecchio tempo tra il tribunale, le cancellerie e le incombenze che mi affidava il mio dominus. Quel giorno avevo terminato il lavoro prima del previsto. Probabilmente avrei potuto tornare subito a casa o dedicarmi a qualche altra commissione, ma mi sono trovata davanti a una libreria e ho deciso di entrare. Non stavo cercando un libro preciso. Non avevo annotato titoli da acquistare e non sentivo nemmeno il bisogno di portare a casa qualcosa. Volevo soltanto curiosare tra gli scaffali, come si fa quando s...

La mente altrove

La mindfulness non ha inventato il presente. Ha semplicemente trasformato in una pratica riconoscibile qualcosa che, per molto tempo, faceva parte della vita quotidiana senza bisogno di definizioni: prestare attenzione a quello che si sta facendo, senza lasciare che la mente corra continuamente da un’altra parte. Essere qui e ora non significa raggiungere uno stato misterioso, svuotare la testa oppure isolarsi dal mondo. Vuol dire leggere una pagina seguendone davvero il senso, ascoltare una persona senza pensare già alla risposta, guardare un film senza controllare il telefono ogni pochi minuti. È un modo di vivere molto semplice, eppure sempre più difficile da mantenere. La nostra attenzione viene sollecitata di continuo. Una notifica interrompe un pensiero, un messaggio si sovrappone a una conversazione, un video ne richiama subito un altro. Anche quando abbiamo finalmente qualche minuto libero, spesso sentiamo il bisogno di riempirlo immediatamente, come se restare fermi o dedicars...

Abitudini che comandano

Ieri mi si è rotta la macchinetta del caffè e sono rimasta ventiquattro ore senza la mia bevanda preferita aromatizzata alla noce, una di quelle piccole presenze quotidiane che sembrano leggere, quasi decorative, finché non spariscono all’improvviso e ti costringono a guardare con più attenzione il peso reale che avevano preso dentro la tua giornata, perché ciò che chiamiamo piacere, quando diventa indispensabile per sentirci a posto, comincia a raccontare qualcosa di noi che forse avevamo evitato di ascoltare. All’inizio ho pensato soltanto al fastidio pratico, alla seccatura di dover rinunciare a quel sapore preciso, a quel profumo caldo, a quel momento tutto mio che arrivava puntuale come una piccola ricompensa, ma dopo qualche ora mi sono accorta che il problema non era soltanto la mancanza del caffè, perché dentro quella rinuncia forzata si era infilata una specie di nervosismo sottile, un pensiero insistente, una ricerca continua di un sostituto che potesse restituirmi la stessa ...

Colorare da adulta

Mi chiamo Elisa e alla fine di luglio compirò quarantacinque anni. Convivo con un handicap da sempre, ma non è la prima cosa che racconto quando conosco qualcuno, perché non contiene tutto quello che sono e non vorrei mai che diventasse una scorciatoia per interpretare ogni mia scelta. Se ne parlo qui è perché questa rubrica comincia da un’esperienza personale e togliere dal racconto una parte così presente della mia vita significherebbe renderlo più ordinato, forse anche più facile da leggere, ma meno vero. Non ho iniziato a colorare pensando che un giorno ne avrei scritto o che avrei creato dei color book digitali. Non avevo una teoria sul colore, non cercavo un’attività da trasformare in un progetto e non mi interessava dimostrare che colorare fosse qualcosa di serio. Avevo semplicemente trovato un gesto che riusciva a trattenermi nel presente quando la mia testa andava altrove, spesso in luoghi nei quali non avevo nessuna voglia di restare. Per spiegare che cosa rappresentasse per ...

Parole in prestito

Negli ultimi anni le parole inglesi sono entrate con sempre maggiore frequenza nel nostro modo di parlare, al punto che spesso le utilizziamo senza nemmeno accorgerci che esiste già un termine italiano capace di esprimere lo stesso concetto in modo chiaro. Al lavoro non fissiamo più una riunione, ma un meeting; non chiediamo un parere, bensì un feedback; non ricordiamo una scadenza, perché ormai abbiamo una deadline; non facciamo una telefonata, organizziamo una call. Sui social annunciamo un nuovo progetto scrivendo “coming soon”, raccontiamo il nostro stato d’animo con la parola “mood” e trasformiamo una giornata dedicata a noi stessi in un “self care day”. Il punto non è dichiarare guerra all’inglese, né immaginare una lingua italiana chiusa in una teca, protetta da qualunque influenza esterna. Le lingue sono sempre cambiate attraverso gli incontri tra popoli, culture, commerci, scoperte e migrazioni. Molte parole che oggi consideriamo italianissime hanno origini straniere, mentre t...

Tra impulso e scelta

  Apriamo il frigorifero senza avere fame. Prendiamo il telefono per controllare una notifica e, quasi senza accorgercene, restiamo mezz’ora a scorrere immagini. Compriamo qualcosa che fino a cinque minuti prima non desideravamo. Rinunciamo a un impegno perché l’idea di affrontarlo ci mette ansia. Cerchiamo una persona che ci ha già fatto stare male soltanto perché quella sera la solitudine pesa più del solito. Sono gesti molto diversi, eppure hanno qualcosa in comune. Nascono da una spinta che vuole essere seguita immediatamente. In quel momento non ci sembra di stare reagendo. Siamo convinti di aver deciso. È proprio per questo che comprendere la differenza tra impulso e scelta è così importante. Le due cose vengono spesso confuse perché entrambe portano a un’azione, ma il percorso che conduce a quell’azione non è lo stesso. L’impulso è il primo movimento che nasce dentro di noi. Arriva in risposta a una sensazione, a un desiderio, a una paura o a un disagio. Cerca una soluzione ...

Estate fertile

L’estate porta con sé una tentazione strana, quella di pensare che riposare significhi fermarsi del tutto, spegnere ogni pensiero, lasciare che le giornate scivolino una dentro l’altra senza direzione. In realtà il riposo vero non è un vuoto da riempire con il senso di colpa, né una resa alla pigrizia. È uno spazio diverso, più morbido, in cui il corpo recupera respiro e la mente smette di correre in modo confuso, ma non per questo diventa sterile. Il corpo ha bisogno di tregua. Non siamo macchine sempre disponibili, sempre produttive, sempre pronte a rispondere, creare, organizzare, progettare. Dopo mesi di impegni, richieste, lavoro, pensieri e piccoli pesi quotidiani, arriva un momento in cui rallentare non è un capriccio, ma una forma di intelligenza. Il riposo serve a rimettere ordine dentro di noi, a capire cosa ci ha stancato davvero e cosa invece desideriamo portare ancora avanti. Fare meno non significa non fare nulla. Significa scegliere meglio. Significa ascoltare il ritmo d...

Quando sapevamo aspettare

Sono nata negli anni Ottanta, in un tempo in cui la pazienza non era una scelta poetica, ma una cosa normale. Faceva parte delle giornate, degli oggetti, delle abitudini, perfino dei desideri. Non avevamo tutto subito, non potevamo sapere ogni cosa in pochi secondi, non bastava toccare uno schermo per avere davanti una risposta, una canzone, un film, una persona, una notizia. Si aspettava e dentro quell’attesa succedeva qualcosa che oggi sembra quasi sparito: cresceva il gusto. Da bambini non ci rendevamo conto di vivere in un mondo lento. Per noi era semplicemente il mondo. Il cartone animato iniziava a una certa ora e, se lo perdevi, lo perdevi davvero. La canzone che ti piaceva passava alla radio quando decideva lei, non quando lo decidevi tu. Se volevi riascoltarla, restavi lì con il dito pronto sul tasto “rec”, sperando che lo speaker non parlasse sopra l’inizio. Una foto non si controllava subito dopo averla scattata, si finiva il rullino, si portava a sviluppare, si aspettava, e...